Il linguaggio è una manifestazione del grado di interiorizzazione dei processi culturali; diversi livelli di inclusività nel linguaggio indicano la diversa consapevolezza dei pregiudizi e degli stereotipi che non solo sopravvivono, ma che si stratificano nei confronti degli altri. In collaborazione con gli studenti del secondo anno di STEC, nell’ambito dell’insegnamento di Psicolinguistica e Informazione, è stato elaborato e somministrato a giovani della fascia di età 19-30 anni un questionario per raccogliere dati sull’uso di un linguaggio inclusivo. Dopo alcune domande di carattere demografico su fascia di età, livello di istruzione, occupazione, provenienza geografica e genere con cui si identificano, ci si è soffermati su aspetti del linguaggio usato, quali l’impiego di termini relativi a professioni al femminile (per esempio, oltre ai consolidati dottoressa e professoressa, i meno comuni architetta, chirurga, notaia), la conoscenza e la frequenza d’uso di alcuni proverbi comuni incentrati sulla donna, e la frequenza d’uso del troncamento o dello schwa per superare il genere binario. Nella sezione successiva si è sollecitata un’autovalutazione del livello di inclusività del proprio linguaggio e sulla frequenza di utilizzo di un linguaggio non inclusivo, sulla percezione di differenze rispetto al linguaggio di una diversa generazione e sul disturbo percepito dall’uso di un linguaggio non inclusivo. Infine, l’ultima sezione ha sondato la consapevolezza dell’esistenza di una normativa nazionale e sovranazionale, e dell’efficacia di azioni concrete per sensibilizzare e promuovere l’adozione di un linguaggio inclusivo, con particolare riferimento a tre esempi concreti.
Prospettive di genere: una manifestazione linguistica (soprattutto) giovanile.
Daniela Cermesoni
2026-01-01
Abstract
Il linguaggio è una manifestazione del grado di interiorizzazione dei processi culturali; diversi livelli di inclusività nel linguaggio indicano la diversa consapevolezza dei pregiudizi e degli stereotipi che non solo sopravvivono, ma che si stratificano nei confronti degli altri. In collaborazione con gli studenti del secondo anno di STEC, nell’ambito dell’insegnamento di Psicolinguistica e Informazione, è stato elaborato e somministrato a giovani della fascia di età 19-30 anni un questionario per raccogliere dati sull’uso di un linguaggio inclusivo. Dopo alcune domande di carattere demografico su fascia di età, livello di istruzione, occupazione, provenienza geografica e genere con cui si identificano, ci si è soffermati su aspetti del linguaggio usato, quali l’impiego di termini relativi a professioni al femminile (per esempio, oltre ai consolidati dottoressa e professoressa, i meno comuni architetta, chirurga, notaia), la conoscenza e la frequenza d’uso di alcuni proverbi comuni incentrati sulla donna, e la frequenza d’uso del troncamento o dello schwa per superare il genere binario. Nella sezione successiva si è sollecitata un’autovalutazione del livello di inclusività del proprio linguaggio e sulla frequenza di utilizzo di un linguaggio non inclusivo, sulla percezione di differenze rispetto al linguaggio di una diversa generazione e sul disturbo percepito dall’uso di un linguaggio non inclusivo. Infine, l’ultima sezione ha sondato la consapevolezza dell’esistenza di una normativa nazionale e sovranazionale, e dell’efficacia di azioni concrete per sensibilizzare e promuovere l’adozione di un linguaggio inclusivo, con particolare riferimento a tre esempi concreti.I documenti in IRIS sono protetti da copyright e tutti i diritti sono riservati, salvo diversa indicazione.



